La questione della vulnerabilità narcisistica

Anche se non è elegante citare sé stessi, mi si perdonerà se riporto le prime righe della prefazione di un volume recente “I mille volti di Narciso” (2020), cui hanno collaborato molte persone vicine al Pdlab (oltre a chi scrive, Ilaria Benzi, Rossella Di Pierro, Marco Di Sarno, Tiziana Pozzetti, Emanuele Preti, Irene Sarno): “Non è difficile pronosticare all’area narcisistica un futuro simile a quello capitato – negli scorsi decenni – alla patologia borderline. Allora si trattò di rivisitare un’area di grande densità clinica, nata quando ancora una rigida dicotomia psicosi-nevrosi ostacolava la possibilità di ridefinire ampi territori nosografici… attualmente l’attenzione rivolta alle articolazioni del narcisismo pare riferibile a una simile storica confusività del concetto in sé, alla povertà di indicazioni cliniche generali – cioè non ideologiche o tautologiche – e a dati empirici ancora iniziali”.

Anche se non è elegante citare sé stessi, mi si perdonerà se riporto le prime righe della prefazione di un volume recente “I mille volti di Narciso” (2020), cui hanno collaborato molte persone vicine al Pdlab (oltre a chi scrive, Ilaria Benzi, Rossella Di Pierro, Marco Di Sarno, Tiziana Pozzetti, Emanuele Preti, Irene Sarno): “Non è difficile pronosticare all’area narcisistica un futuro simile a quello capitato – negli scorsi decenni – alla patologia borderline. Allora si trattò di rivisitare un’area di grande densità clinica, nata quando ancora una rigida dicotomia psicosi-nevrosi ostacolava la possibilità di ridefinire ampi territori nosografici… attualmente l’attenzione rivolta alle articolazioni del narcisismo pare riferibile a una simile storica confusività del concetto in sé, alla povertà di indicazioni cliniche generali – cioè non ideologiche o tautologiche – e a dati empirici ancora iniziali”. In tal senso il volume cercava di ripercorrere le vicissitudini estremamente complesse del costrutto; come scrivevano Sandler et al nel 1991, all’inizio dell’eccellente volume dedicato a “Introduzione al Narcisismo” edito da Raffaello Cortina, “Non sbagliamo a ipotizzare che Freud abbia chiamato di proposito il suo saggio sul narcisismo ‘Introduzione’; nel farlo era profetico, non modesto”. Una antica introduzione freudiana dunque cui ha fatto seguito una straordinaria e a tratti confusa proliferazione di riferimenti, articolazioni, approfondimenti. Come noto, il contributo fornito dai lavori di Otto Kernberg a partire da “Sindromi marginali e narcisismo patologico” (nel 1978 e tradotto nel 1984) per giungere a “Erotismo e Aggressività” (del 2018 e tradotto nel 2019), attraverso “Narcisismo, aggressività e autodistruttività” (2004), è stato fondamentale nel cercare di chiarire il tema, creando un sentiero sempre più articolato per sistematizzare la questione. Il suo sguardo fortemente ancorato a un modello strutturale e conflittuale, ha permesso di dare una visione di insieme, dove è centrale la dimensione della grandiosità, vista come possibile articolazione dell’economia scissionale fondante l’organizzazione borderline nelle diverse sfumature; tale impostazione ha dato il via a sviluppi essenziali sul versante diagnostico e clinico. Sul primo aspetto è ormai sapere condiviso il concetto di continuum narcisistico, nelle sue dimensioni che scivolano dalle presentazioni da Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP), attraverso il narcisismo maligno fino ai diversi gradi di antisocialità e psicopatia. In tal senso anche molta letteratura empirica è parsa spesso in linea con molte riflessioni kernberghiane, avvalorando la centralità dell’intensità della svalutazione dell’oggetto e della distorsione del sé e ponendola come centrale alla comprensione del continuum stesso. Come consueto nei suoi contributi, i riferimenti ad approcci diagnostici diversi hanno fatto sì che i suoi contributi non fossero mai di ‘nicchia’ ma in costante dialogo con il vasto mondo della clinica; è bene non dimenticare ad esempio la sua presenza  - insieme a Kohut e Millon - nella consensus conference (nel 1978) del DSM III , dove trovavano finalmente posto i Disturbi di Personalità e dove la sua visione del Narcisismo influenzò grandemente i criteri prescelti, dando il via alla ricerca e all’approfondimento proprio del modo con cui il DNP è stato visto per decenni. Temi come ‘tendenza allo sfruttamento’, ‘mancanza di empatia’, la stessa grandiosità (termine che in realtà viene più da Kohut), da lì provengono e sono testimonianza del grande impatto delle sue riflessioni, in un va e vieni di criteri che comparivano e scomparivano nelle varie edizioni del manuale. Come noto in parallelo – prima nei lavori di Kohut poi via via in numerosi altri – emergeva una crescente attenzione anche ad altre presentazioni, più fragili e vulnerabili, descrittivamente più centrate su ritiro e evitamento e unite al tema di fondo da fantasie grandiose che però non trovavano una traduzione esplicita comportamentale-descrittiva. Gabbard ha reso in modo molto chiaro il dibattito, elencando come diversi autori lo abbiano approfondito. Dalle forme covert di Akhtar a Cooper, dallo stesso Gabbard a Modell, con l’affermarsi appunto dell’esistenza di un altro fronte narcisistico, quello sempre più noto negli anni  come ipervigile o fragile. Per decenni la questione è stata vista principalmente, se non unicamente, dato anche un certo spirito dei tempi, come eminentemente metapsicologica con meriti e demeriti relativi. La ricerca empirica più ‘tradizionale’ vedeva intanto il contrapporsi di due strumenti che contenevano in realtà proprio gli stessi temi e gli stessi contasti: il NPI ( Narcissistic Personality Inventory) di Raskin e Terry centrato solo sulla grandiosità, e il più recente PNI (Pathological Narcissistic Inventory) di Pincus, che tende a leggere il fenomeno secondo entrambe le presentazioni. Due volumi di Elsa Ronningstam uno del 1998 – che ho avuto il piacere di presentare al pubblico italiano insieme a Vittorio Lingiardi nella prefazione – e uno del 2005, costituirono a livello internazionale insieme ad un articolo di Pincus, Cain e Ansell (“Narcissism at the crossroads’’), una vera svolta. Il tema si riproponeva non più e non solo come diatriba tutta interna al mainstream psicoanalitico ma come reale e complesso erede dello sfuggente concetto di narcisismo. Da lì la questione è divenuta pieno e interessante nodo delle riflessioni cliniche, di ricerca e teoriche. Naturalmente è impossibile riassumere la ricchezza della discussione, che ha visto coinvolte personalità come Caligor, Ronningstam e molti altri,  e ha impattato grandemente anche sul DSM 5 e sul PDM. Gli orientamenti attuali (ancora lungi dall’essere definitivi) sembrano comunque suggerire come si tratti plausibilmente di due facce della stessa medaglia: il narcisismo patologico si potrebbe presentare in uno dei due modi e a volte cambiare verso anche repentinamente. Ciò che tiene insieme le due presentazioni è la stessa fonte: fantasie di grandiosità protettive e evidenti o nascoste, esibite direttamente o prevalentemente interne. Rabbia e vergogna, alternativamente o insieme incastrate l’una nell’altra, sarebbero i marker emotivi. E’ una ipotesi che parzialmente mi pare sia vicina alle letture di Kernberg, nel suo porre al centro il tema difensivo. In un caso sarà declinato appunto in modo sfidante e ‘antagonista’ come direbbero i cultori dei tratti e del Big Five; nell’altro sul versante evitante e con ‘nevroticismo’. Per inciso proprio alcuni lavori sui tratti viceversa suggerirebbero, in accordo con Miller, il fatto che sarebbero due medaglie diverse …. Il narcisismo non tradisce dunque le sue origini controverse. Tornando  a Kernberg,  il narcisista fragile, evita e rifugge qualsiasi situazione possa mettere in scacco le sue nascoste idee grandiose e reagisce con intensa vergogna, laddove la presentazione arrogante le agisce in modo pieno, svelando la paura solo in un secondo momento. Di fondo, stessa paura, stessa rabbia e invidia, stessa vergogna di essere scoperti come direbbe forse, anche se su altre basi, lo Steiner di ‘Seeing and Being Seen’ del 2011. Di fondo stessa tensione scissionale e proiezione paranoide. Soprattutto per dei clinici, stessa attenzione profonda nel fare emergere questi temi per dare il via e articolare il trattamento.

Se l’idea delle due facce della stessa medaglia pare convincere i più, grande attenzione dovrà essere data a un tema fondamentale: le sfumature e le diverse severità nella presentazione. Molte sono infatti le cose che ‘sappiamo di non sapere’, come scrive Fossati. Fra queste proprio il posizionamento del versante vulnerabile in una ipotetica scala di severità, sul versante più arrogante già presente grazie a Kernberg e a Stone: qui infatti la graduale presenza di temi antisociali è spesso una guida eccellente. Abbiamo una cosa simile sul versante fragile della nostra unica ipotetica medaglia ? Possiamo dire qualcosa di generale sulla gravità ? Difficile a dirsi; per ora più impressioni, ipotesi, idee. Potremmo dire che siamo all’inizio e dovremo lavorare clinicamente e nella ricerca prima di sostenere che in sé la fragilità e la vergogna sono indice di gravità a volte ‘maggiori’ rispetto a temi più grandiosi. Certo è seducente l’idea che si tratti di una variante dove il fragile ad esempio, si nasconde per l’intensità del tema paranoide e minaccioso proiettato e da cui quindi solo un estremo ritiro (magari alla Steiner di ‘Rifugi della mente’) può tutelare. Ma la minaccia è la stessa e l’intensità dell’evitamento e del ritiro è indice della forza delle proiezioni…. . E’ un idea ripresa anche dai lavori del gruppo di Fonagy. La Yakeley (2019) ad esempio ricorda come i narcisisti vulnerabili siano meno abili nel liberarsi dagli affetti intollerabili associati a vergogna e ansia (e forse rabbia e invidia aggiungeremmo) e quindi siano più sopraffatti da un senso di fallimento proprio perché, per così dire, vi è un deficit nella capacità di collocare all’esterno questi affetti in modo proiettivo E’ possibile e forse probabile ma intuitivamente i gradi di evitamento potrebbero essere non per forza sempre così intensi, così come diversi sono quelli della antisocialità e quindi darci sfumature essenziali per la clinica. Ad esempio, su altri fronti, l’assenza della deriva antisociale potrebbe essere un fattore protettivo sul lungo periodo, permettendo nicchie adattative e tutelando parzialmente da frizioni accentuate con il contesto, a innescare marginalizzazioni sociali...  Inoltre la qualità dell’attaccamento potrebbe essere diversa come svelano alcuni lavori empirici spesso citati. Il tema è aperto e mi pare di grande rilevanza. E’ compito di clinici e ricercatori l’approfondire con cautela e attenzione le domande sollevate da un concetto che non si stanca di sfidarci. Sul fronte dei clinici abbiamo bisogno di maggiori contributi articolati e conseguenti; sul versante della ricerca – come sempre – dovremo saper leggere i diversi contributi in modo sereno e ‘laico’ per individuare un trend coerente che ci aiuti a capire qualcosa in più. Per restare in Italia – e perché no ? -  i lavori da un lato di De Panfilis di cui si parla anche nel sito, dall’altro del gruppo della Bicocca e del Pdlab di Milano, coordinati da Di Pierro e Di Sarno, o sul controtransfert narcisistico del gruppo di Tanzilli de La Sapienza di Roma, o ancora quelli ormai storici del gruppo di Fossati del San Raffaele di Milano, mostrano l’ormai eccellente e consolidato livello dei ricercatori italiani.

 

Prof. Fabio Madeddu

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